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Cultura
Foto Guerra alla terra

Quello che succede "lontano da noi"

Guerra alla terra

Dall'Afghanistan alla Nigeria, fino alle mine che devastano centinaia di vite umane, questo succede lontano da noi

Tendenzialmente il lettore medio di un quotidiano viene colpito dalle notizie che più hanno a che fare con lui: per vicinanza geografica, per le persone coinvolte, per le conseguenze che quella notizia può avere sulla vita sua o dei suoi cari. E quindi tra le trenta, quaranta, cinquanta pagine di un quotidiano, solo una parte di queste lo interessano davvero. Solitamente, lo diciamo senza timore alcuno, le pagine della cronaca estera non sono tra le più lette. Questa situazione viene capovolta in pratica solo quando ci sono in corso guerre che coinvolgono l’Italia o gli italiani.

 

Perciò quando si parla di Afghanistan, ad esempio, si pensa ai militari col Tricolore sul petto uccisi dalle bombe. Si pensa agli eserciti coinvolti nelle sparatorie, alle sofferenze che i soldati armati vivono in ogni momento. Ma cosa c’è prima delle sparatorie, prima degli attentati, prima della morte, prima della guerra? Le risposte a queste domande sono privilegio per pochi. La stessa cosa vale per la guerra tra Israele e Palestina. Decenni di storia sono alla base di un conflitto sanguinoso e violento, tutti se ne rendono conto. Ma cosa è successo, perché due popolazioni si odiano e combattono per conquistare un territorio che entrambi gli schieramenti considerano “legittimamente proprio” e non dei “nemici”? Cosa c’è prima dei kamikaze che si fanno esplodere sui bus, vicino ai negozi, nei locali? Nessuno risponde. La nostra conoscenza dei fatti diventa drammatica se si cerca il perché uno Stato come la Bolivia, insignificante agli occhi di un europeo, sta per diventare il centro dell’economia globale. Oppure se si indaga sulla politica della Nigeria, che al centro dell’economia mondiale lo è già.

Di chi è la colpa di una tale spiacevole e spiazzante situazione? Se vogliamo escludere la responsabilità che ciascuno di noi ha nel non informarsi, buona parte del problema si ricollega all’informazione. Che, se per definizione dovrebbe “informare” senza alcuna differenza tra Paesi più o meno lontani da noi, tra conflitti più o meno direttamente importanti per noi italiani campanilisti, nei fatti invece non segue questa regola. Un’informazione che dovrebbe dare notizie solo per la loro reale e oggettiva importanza, ma che in realtà non lo fa. E quindi fa un certo effetto leggere un libro dal titolo ‘Guerra alla Terra’, e scoprire che è stato scritto da giornalisti. Da reporter della pace, per la precisione. Sono le penne di Peacereporter, quotidiano online e agenzia di stampa e di servizi editoriali, frutto della collaborazione tra l’agenzia giornalistica Misna (Missionary Service News Agency) e l’organizzazione umanitaria Emergency. Sono quattro giornalisti che raccontano ciascuno una delle suddette situazioni internazionali spesso sconosciute o oscure al lettore medio europeo.

E così, grazie a Christian Elia, si viene a sapere che uno dei nodi cruciali della guerra in Terra Santa è l’acqua, il bene più prezioso, l’unico davvero vitale, le cui fonti vengono contese tra israeliani e palestinesi. Si scopre che in diverse occasioni, in passato, Israele ha agito in maniera brusca, netta, dura nei confronti dei palestinesi (“complessivamente l’85 percento dell’acqua palestinese viene usata dagli israeliani, mentre ai palestinesi non è consentito prelevare l’acqua del Giordano e dello Yarmouk”). Alessandro Grandi ci racconta invece della Bolivia, lo Stato sudamericano con il 50% delle riserve di litio di tutto il mondo: questo metallo è già molto usato per la fabbricazione di batterie, ma è assai conosciuto il suo uso per la produzione di medicinali. Come se non bastasse, il litio è il carburante del nuovo millennio: le auto ibride o elettriche dovranno fare il pieno di litio per poter funzionare (“Avrebbe tutte le carte in regola per essere uno dei paesi più ricchi del continente americano, e invece la Bolivia è da sempre il fanalino di coda delle economie latinoamericane. Gran parte della popolazione, soprattutto nelle zone rurali, vive con una manciata di dollari al giorno. E nelle città la gente non se la passa meglio: la mancanza di lavoro e la massiccia immigrazione giunta dalle campagne hanno reso le metropoli praticamente invivibili, aride di speranza per il futuro dei nuovi arrivati. Lo spietato sfruttamento delle risorse naturali, avvenuto soprattutto nel corso della seconda metà del Novecento da parte delle grandi multinazionali straniere è una delle cause della miseria”).

Per un’economia “nascente” grazie alle innovazioni tecnologiche, ce n’è un’altra che è già al centro degli interessi economici mondiali. Pur guadagnandone pochissimo, rimanendo intrappolato in quello che viene definito “Terzo mondo”. È la Nigeria, uno dei principali Paesi produttori di petrolio. “L’attività estrattiva – scrive Matteo Fagotto – che in cinquant'anni ha permesso alla Nigeria di guadagnare qualcosa come 600 miliardi di dollari, non è andata a beneficio della popolazione civile, ma ha al contrario favorito la corruzione, uno sviluppo distorto dell'economia e l'inquinamento dell'intero Delta, estendendo i suoi effetti anche a livello politico”. La domanda centrale della questione nigeriana è: “Possibile che, in una nazione che produce petrolio da cinquant’anni e che ha incassato centinaia di miliardi di dollari in royalties, il 75 percento della popolazione viva ancora sotto la soglia di povertà”.
L’ultimo capitolo è dedicato alla vicenda più nota, la questione afghana. Ma, chiaramente, possiamo dire di conoscere questa vicenda solo in quanto coinvolge i militari italiani, a cui ciascuno di noi rivolge il massimo rispetto per un lavoro difficile e spesso spietato. Sappiamo delle mine che i soldati incrociano praticamente ad ogni angolo delle strade. Sappiamo degli agguati che li sorprendono quotidianamente. Sappiamo dei tanti, troppi morti che hanno insanguinato gli ultimi otto anni della storia dell’Afghanistan. Sappiamo degli esiti di queste battaglie, che ciascuno può interpretare come meglio crede. Ma tutto quello che sappiamo rappresenta solo una minima parte di quello che realmente l’Afghanistan è. Cecilia Strada tenta perlomeno di raccontarci cose mai sentite. Scrive degli ospedali pieni di bambini, a volte con ferite che sembrano conseguenza di armi chimiche. Scrive, più in generale, degli ospedali pieni. Sempre, comunque, pieni. “Possibile che tutti in Afghanistan conoscano qualcuno a cui è capitato di saltare su una mina”, si chiede la Strada, rendendo efficacemente le dimensioni di questa tragedia. “Mine disseminate sul territorio: c’è chi dice 600 mila, chi 10 milioni. Stime attendibili non ce ne sono. I russi le hanno tirate dagli elicotteri, non si sa quante, e le mine non sono scappate via insieme a loro”.

I particolari che i taccuini di Peacereporter annotano storie, parole, episodi che di solito non trovano spazio sui nostri quotidiani. Trovano spazio, invece, in ‘Guerra alla terra’, piccolo libro edito da Edizioni Ambiente (collana VerdeNero Inchieste) che riunisce quattro ottimi reportage. Piccolo libro, però, con un’eccellente finalità. Parte dei ricavati verrà infatti devoluta all’associazione Emergency, il cui fondatore Gino Strada ha scritto una toccante e choccante prefazione. Che si conclude così: “Continuiamo a giocarci pezzi di pianeta, seppellendolo sotto le bombe e le mine, avvelenandolo con l’uranio e il petrolio, stravolgendone la fisionomia. Nessun trattato di pace potrà rimettere le cose a posto. E questo è uno dei tanti motivi per cui la guerra, oltre che essere uno strumento criminale (badate bene, né etico né disumano) è anche uno strumento tremendamente stupido”.

Domenico D’Alessandro
14/1/2010








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