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la Voce d'Italia - nuova edizione anno V n.245 del 9/2/2010 |
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Tecnoscienze
In esclusiva per La Voce Intervista a Fred Pearce, l'eco-peccatore che vuole salvare il mondoUn viaggio in venti Paesi per scoprire che le strategie per salvare il mondo sono tante, poco costose e possono essere applicate da tuttiMilano – La curiosità può essere lo stimolo più forte per raggiungere la conoscenza. Non è un aforisma, ma è stato sicuramente uno dei principi che ha guidato Fred Pearce nel suo viaggio per scoprire quale fosse il peso dei suoi consumi per l’ambiente e che ha portato alla nascita del suo ultimo libro Confessioni di un eco-peccatore, pubblicato da Edizioni Ambiente.
Il giornalista inglese dell’Indipendent e del Guardian, che recentemente è stato ospite di molti convegni e incontri in Italia, ha rilasciato un’intervista in esclusiva a La Voce che è stata l’occasione per discutere i temi del libro e scoprire i retroscena della sua realizzazione. Come e quando ha avuto l’idea di viaggiare per il mondo seguendo il percorso dei suoi consumi? «Ho sentito amici ambientalisti parlare della loro impronta ecologica (l’indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana nei confronti della natura creato da Mathis Wackernagel e William Reese nel 1996, ndr) e della loro impronta del carbone. E loro stavano parlando dei numeri. Ho avuto l’idea di rendere reale impronta, di trovare cosa effettivamente accadeva all’ambiente e alla gente che creava le cose che compravo. Il titolo originale del libro sarebbe dovuto essere “L’impronta di Fred”». Chi è l’eco-peccatore? «Lei e io. Siamo tutti eco-peccatori perché tutti noi facciamo danni all’ambiente. Ma facciamo anche cose buone, e io volevo scoprire quali fossero. Per gli Inglesi, "Confessioni di un eco-peccatore" è un po’ uno scherzo, perché negli anni ’70 e ’80 eravamo soliti avere film erotici (molto leggeri) con titoli tipo "Confessioni di un lavavetri". Perciò i lettori inglesi penseranno che non è così serio. Immagino che nella cattolica Italia suonerà un po’ più serio!». Il suo supporto alle produzioni locali (cibo, bevande, vestiti, ecc.) emerge chiaramente. Per esempio, lei afferma che i «fagiolini kenyoti salveranno il mondo»; ma il consumo di carburante per trasportare quei fagiolini in giro per il mondo è una fonte di inquinamento. C’è, quindi, la necessità di raggiungere un certo equilibrio: quale potrebbe essere il modo corretto? «Non penso che ci sia una risposta giusta o sbagliata. Tutti noi facciamo scelte. Per me, è importante commerciare con i contadini africani poveri. Ho visitato i contadini che hanno coltivato i miei fagiolini e hanno una vita migliore perché possono vendere in Europa. Non volevo che questo finisse. Mi sembra che quando riduciamo la nostra impronta del carbone in Europa dovremmo farlo in modo che non peggiori la vita dei contadini poveri che non sono responsabili del cambiamento climatico. Dovremmo fare cose che creino qualche inconveniente a noi, non che rendano loro più poveri. Magari prendere l’autobus per il negozio per acquistare quei fagiolini, piuttosto che guidare. Quella sarà almeno una cosa buona per il pianeta». Il suo viaggio, come ammesso nel libro, l’ha resa responsabile di emissioni di CO2. Come ha compensato queste emissioni? Crede nei programmi di compensazione? «I programmi di compensazione (perlomeno i migliori) investono in progetti che sono buoni ecologicamente e socialmente. Aiutano a tenere basse le emissioni di CO2. Ma non c’è garanzia. Per prima cosa dovremmo provare a tagliare le emissioni. Io ho compensato le mie emissioni per la realizzazione del libro con una società di nome Climate Care a Oxford, che penso sia decisamente buona. Il libro valeva le emissioni prodotte? I lettori devono giudicarlo. Io spero di sì». Il volume di rifiuti prodotti nel mondo sta crescendo ogni giorno e i rifiuti sono una grande fonte d’inquinamento in tutto il mondo: qual è il problema? Un incremento ingovernabile nella produzione di rifiuti o decisioni sbagliate in merito al loro smaltimento? E quali sono le migliori strategie di riduzione dei rifiuti che ha scoperto in giro per il mondo? «Sì, è come per le emissioni di carbonio. Innanzitutto la cosa migliore è evitare di fare rifiuti. Ma se li produciamo dobbiamo riciclarli. Potrebbe essere una nuova economia per il mondo, “chiudere il ciclo” di tutti i tipi di materiale, dalla carta e dal vetro al metallo e al carbone. È positivo acquistare prodotti fatti da materiali riciclati, tanto quanto riciclare le nostre cose quando possiamo. Telefonini, cartucce per stampanti, computer, ogni cosa. E anche cercare le occasioni di comprare roba usata. Vendere le proprie cose su e-Bay o nei mercati. Alcune persone prenderanno i vecchi computer e daranno loro una nuova vita nelle scuole in Africa. Riutilizzare è addirittura meglio che riciclare». Lei ha scritto in merito alla necessità di rendere le nostre città più eco-compatibili. Quali sono, secondo lei, le maggiori differenze tra le misure adottate nei Paesi industrializzati e in quelli in via di sviluppo, con le loro enormi aree metropolitane? «Le grandi megalopoli nei Paesi poveri normalmente riciclano più di quanto facciamo noi nel mondo ricco, anche adesso. Vada nei grandi slums e troverà che stanno riciclando tutti i tipi di rifiuti. Per alcuni è un buon business. Il prezzo di una vecchia lattina di alluminio è circa la stessa in tutto il mondo perché c’è un prezzo internazionale dell’alluminio. È pochi centesimi di Euro. In Europa non è molto, ma per esempio gli addetti alle pulizie in Cina, prendendo le lattine che trovano nei cestini dell’immondizia possono realizzare una parte consistente dei loro guadagni. Le città di tutto il mondo possono essere leader nell’essere verdi perché è più facile organizzare il riciclaggio, e perché le reti del trasporto pubblico funzionano meglio. La gente ha meno bisogno delle macchine. Penso che città migliori e più verdi possono salvare il mondo». Mario Pasquali 10/11/2009
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