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la Voce d'Italia - nuova edizione anno V n.245 del 9/2/2010 |
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Esteri
Quale futuro avranno i principi fondamentali della politica europea? La firma del presidente della Repubblica Ceca e le sue conseguenzeIl compromesso ottenuto a Bruxelles nell'interesse del Trattato di Lisbona sara' fonte di ulteriori tensioni e complicazioniVenerdì il presidente della Repubblica Ceca, Václav Klaus ha promesso di firmare il Trattato di Lisbona, dichiarandosi soddisfatto del compromesso ottenuto dai rappresentanti degli altri 26 Paesi membri. Dopo il referendum irlandese si potrebbe ora pensare che si sia raggiunto un punto fermo assicurato dall’equilibrio degli interessi di tutte le parti.
Tuttavia, la condizione posta dal presidente ceco Klaus è tutt’altro che banale, tanto è vero che l’accordo offertogli dai leader europei è stato formulato in termini molto prudenti. La richiesta ceca mirava infatti ad una clausola di esenzione alla Carta europea dei Diritti fondamentali. Secondo il compromesso ottenuto, tuttavia, l’esenzione sarà ratificata dagli stati membri soltanto in futuro, in occasione dello prossimo allargamento dell’Unione, la prossima occasione in cui una modifica generale del Trattato sarà sottoposta al giudizio dei 27. Klaus firmerà dunque il Trattato di Lisbona dopo il 3 novembre, in seguito alla via libera che sarà data secondo ogni probabilità dalla Corte Costituzionale ceca, mentre la sua richiesta potrà ancora costituire nel futuro l’oggetto di polemiche all’interno dell’Unione. La deroga ceca alla Carta europea dei Diritti fondamentali riguarda infatti una questione delicata, un punto dolente almeno per tre altre nazioni europee: la Germania, l’Austria e l’Ungheria. C’è infatti un motivo preciso per cui la Carta può essere considerata effettivamente incompatibile con la costituzione ceca: è che quest’ultima comprende tuttora una serie di leggi elaborate nel 1945 ed entrate in vigore nel 1946, chiamate comunemente i Decreti Benes, in base alla quale centinaia di migliaia di tedeschi sudeti, di austriaci e di ungheresi, che vivevano in Cecoslovaccchia prima della Seconda guerra mondiale, furono non soltanto privati dai diritti di cittadinanza ed espulsi, in seguito alla confisca dei loro beni, ma anche dichiarati responsabili collettivamente dei crimini commessi durante la guerra. Una legge fuori dal tempo, visto che all’indomani delle sanzioni nell’immediato dopoguerra fu accettato in tutto il mondo occidentale il principio che nega l’esistenza della responsabilità collettiva per qualsiasi crimine commesso da autorità statali. La Repubblica Ceca teme d’altronde che l’abolizione dei Decreti Benes possa portare a richieste di compensazioni da parte dei discendenti dei tedeschi espulsi il che potrebbe avere un notevole impatto negativo alla giovane economia di mercato del Paese. A quanto sembra, le promesse tedesche di rinunciare a qualsiasi richiesta, fatte alla vigilia dell’ingresso della Repubblica Ceca nell’UE non sono state sufficienti a dissipare la sfiducia del presidente Klaus. Ma come succede spesso in Europa, l’effetto reazione catena sarà difficile da evitare anche in questo caso. Da un lato, la protezione dei Decreti Benes non può essere accettata dai tre Paesi a cui sono legati queste comunità nazionali. L’opinione pubblica ungherese, per esempio, ha preso atto con stupore della concessione fatta dall’Unione a Václav Klaus, e mentre il governo ungherese attuale sembra essersi piegato al compromesso, è pronosticabile che quello prossimo si opporrà molto più determinatamente al mantenimento delle vecchie leggi discriminatorie. Nel 2011, l’anno per cui è prevista l’adesione della Croazia e di conseguenza la ratifica della deroga ceca, probabilmente si avrà da fare dunque con un governo ungherese costituito da politici che già ora hanno espresso il loro dissenso assoluto, mentre tra l’altro questo Paese ricoprirà anche il ruolo di presidenza di turno dell’Unione. D’altronde, la Slovacchia, ugualmente coinvolta nella questione dei Decreti Benes, il cui vigore è stato riaffermato in questo Paese nel 2007, ha già lanciato una protesta, lamentandosi a sua volta del trattamento disuguale riservato ai due Paesi eredi della Cecoslovacchia. Infatti, mentre la Repubblica Ceca ora sembra aver ottenuto almeno una promessa di esenzione alla Carta dei Diritti fondamentali, la Slovacchia finora non l’ha né chiesta, né ottenuta… Di conseguenza il governo slovacco si dichiara pronto a lanciare un veto al compromesso ceco. Non è per nulla scontato dunque che le peripezie della nuova Costituzione europea siano terminate. Il caso della Repubblica Ceca mostra infatti come siano proprio i valori fondamentali della tradizione politica europea (come, appunto, i diritti umani) a essere messi in dubbio da interessi particolari. Il prossimo futuro potrà essere decisivo per quanto riguarda l’essenza stessa della comunità europea, l’esistenza o meno, di principi universali alla base di ciò che dovrebbe diventare fra poco un superstato europeo, ma che per il momento sembra tutt’al più una vasta cooperazione economica regolata da un intreccio di compromessi abili. Agnes Bencze 2/11/2009
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