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Tecnoscienze
Foto La legge del cemento: polemiche dopo l'approvazione del Piano Casa Sardegna

A pochi giorni dal disastro di Messina

La legge del cemento: polemiche dopo l'approvazione del Piano Casa Sardegna

La diminuzione del suolo naturale aumenta il rischio idrogeologico. L'abusivismo e i condoni hanno aumentato i problemi

Cagliari – Il Piano Casa del Consiglio Regionale della Sardegna, e voluto fortemente dal Governatore Ugo Cappellacci, è diventato legge la scorsa settimana, accompagnato dalle solite polemiche pseudo-ideologiche dal volume troppo alto che non aiutano a capire la portata e le conseguenze della decisione.

Quello che sulla carta si dice è che sarà data la possibilità di ampliare fino al 10% le case nella fascia dei 300 metri dal mare, ma solo - come ha spiegato l'Assessore dell'Urbanistica Gabriele Asunis - per interventi che migliorino la qualità architettonica e applichino le norme sul risparmio energetico. Ogni intervento sarà monitorato e dovrà passare al vaglio finale della commissione regionale per il paesaggio che sarà composta da tre esperti di livello internazionale.
Termini e intenti molto generici, ma ancor più pericolosi perché lasciano uno spazio enorme alla valutazione dei cosiddetti esperti (non si sa chi siano, ndr) e che si mascherano dietro il concetto “green” di risparmio energetico che viene utilizzato come un valore aggiunto a rispetto dell’ambiente, quando ormai tutti i nuovi edifici devono rispondere a criteri energetici molto vincolanti e precisi, così come previsto dai regolamenti europei. La normalità che viene trasmessa come regola per avvalorare qualcosa che di valore ha ben poco.

Soprattutto quello che lascia attoniti è pensare che l’ampliamento delle case già esistenti possa migliorare la “qualità architettonica” di una fascia costiera: con quale criterio verrà valutata la qualità degli edifici rispetto al territorio in cui sono inseriti? Saranno utilizzate le categorie “bello” e “brutto” oppure ci sarà un “qualitometro” ad aiutare i tre esperti che dovranno fare la valutazione? Inoltre, la costa sarda è una bellezza naturale che è già stata abbastanza sfregiata dall’abusivismo edilizio condonato nel corso degli ultimi 20 anni: ha bisogno davvero di ulteriore cemento?

Ovviamente la Confindustria sarda giudica positivamente il provvedimento perché rappresenta un’opportunità per la ripresa dell'economia, ma questo conferma ulteriormente che gli unici investimenti effettuati in Italia sono quelli legati al cemento, non esistono altri piani concreti e non esistono strategie alternative. Insomma, quando le cose vanno male l’unica soluzione è una colata di cemento per alzare un po’ l’indice fittizio e fasullo del benessere chiamato PIL.
Senza considerare che il ciclo del cemento è uno degli affari principali, insieme ai rifiuti, della criminalità organizzata, soprattutto la camorra, non solo al Sud, ma anche al Nord. La conferma arriva dalle ripetute segnalazioni di rischi d’infiltrazione mafiosa nelle opere edilizie e infrastrutturali che saranno messe in piedi per l’Expo 2015 a Milano.

La situazione della Sardegna assume dei contorni inquietanti se la s’inserisce nel contesto generale dell’Italia, che ancora non si è ripresa dal terremoto dell’Abruzzo e dall’alluvione di Messina: nel primo caso, molti dei palazzi crollati erano costruiti con il cosiddetto cemento disarmato proveniente dalle imprese dei Casalesi e, comunque, senza il rispetto dei criteri antisismici necessari per zone sismiche come l’Abruzzo; nel secondo caso, un abusivismo selvaggio ha condannato la zona a un dissesto idrogeologico che una perturbazione non troppo violenta ha evidenziato in tutta la sua gravità.

Il cemento ruba metri quadri al suolo che ha la prima funzione di assorbire l’acqua piovana, ma l’acqua non assorbita non scompare: defluisce, scorre, non si ferma. Il livello di assorbimento dei suoli si è ridotto non per l’aumento delle piogge, ma per la riduzione del terreno naturale. È una cosa che si può verificare in ogni città medio-grande italiana: bastano pochi millimetri di pioggia perché tutto rimanga allagato.
Ciò che è successo in Sicilia è già avvenuto a Sarno due volte negli ultimi 11 anni: anche lì frane e smottamenti perché la montagna, privata degli alberi e del suolo difensori naturali, non può resistere a una portata d’acqua neanche eccezionale, ma appena superiore alla media. Tutte queste sciagure non sono annunciate (una frase inflazionata che perde, così, di significato), ma sono prevedibili, e questo è potenzialmente peggio: se l’abusivismo edilizio continua a essere condonato non ci sarà mai l’interesse a combatterlo.

Negli ultimi 30 anni gli eventi naturali hanno ucciso circa 3 milioni di persone nel mondo. Una questione globale, soprattutto in Paesi dove il disboscamento, l’erosione e l’impoverimento dei suoli sta rendendo numerose zone ormai inabitabili e creando milioni di rifugiati ambientali. In Italia il problema è accentuato dalla conformazione morfologica accidentata, che vede molta roccia e poca terra, e dalla giovane età geologica del terreno.

I dissesti idrogeologici sono determinati da cause naturali, ma possono essere ridotte le conseguenze di essi tramite una migliore gestione del territorio: l’alterazione degli equilibri naturali sviluppati nel corso di 4 miliardi di anni non si piegheranno sicuramente a tutte le esigenze e alle superbia dell’umanità.

Quello che fa paura della manovra sarda, insomma, non è solo la violenza estetica che potrebbe derivarne, ma quella idrogeologica e, potenzialmente, anche faunistica. Non è una “turba” ecologista, ma la constatazione di anni di incuria verso l'ambiente.

Mario Pasquali
22/10/2009








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