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la Voce d'Italia - nuova edizione anno V n.245 del 9/2/2010 |
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Cultura
Cinque domande all'artista trevigiano Intervista a Claudio CaliaParla l'autore di Marghera: La legge non uguale per tuttiClaudio Calia, classe 1976, è una delle giovani promesse del fumetto italiano. Al suo attivo ha un curriculum di tutto rispetto, che spazia tra collaborazioni con case editrici indipendenti e quotidiani. Dal 2000 pubblica su Internet attraverso il suo spazio personale, NuvoleOnLine, e dal 2004 insegna Fumetto e Arte Sequenziale presso l'Università di Padova. Sempre dal 2004 è curatore, assieme ad Emiliano Rabuiti, di Sherwood Comix, manifestazione fumettistica padovana, che quest'anno ha pubblicato il volume Resistenze - Cronache di ribellione quotidiana.Gli abbiamo chiesto come nascono i fumetti che lui crea, in bilico tra denuncia giornalistica e attività politica.
Come autore sei impegnato contemporaneamente su due fronti: il giornalismo e l'attività politica militante. Come questi due aspetti hanno influenzato il tuo modo di fare fumetti? Tutto parte dall'intima convinzione che con il fumetto si possa parlare di tutto e raggiungere un pubblico di età differenziate. Non ho nulla contro il fumetto d'intrattenimento, anzi ne sono un grande appassionato, però mi sembra assurdo che quello che è un linguaggio dalle infinite potenzialità sia spesso rinchiuso esclusivamente nel ghetto della fiction, senza alcuna possibilità di parlare di "cose serie". In Italia, per molto tempo e non molto tempo fa, non era così: nominare riviste come Frigidaire e Il Male, che si permettevano di parlare di tutto a 360°, è citare solo la punta dell'iceberg di un fenomeno che, dopo anni "di stanca", comincia prepotentemente a tornare, anche grazie alla sempre più diffusa distribuzione di volumi a fumetti nelle librerie di varia. I soliti nomi noti, Joe Sacco, Art Spiegelman, Marjane Satrapi bastano per rendere evidente al grande pubblico dei lettori "generici" che è possibile raccontare la realtà attraverso il fumetto, un mezzo che inoltre è dotato di strumenti narrativi peculiari ed impossibili ad altri linguaggi. Per cui la mia scelta principale è stata quella di usare il fumetto per parlare del mondo che mi circonda dal mio punto di vista, cercando di attribuire a questo mezzo la stessa dignità che si concede ai testi scritti. Per molte mie creazioni parto dall'assioma "anche gli spacca vetrine hanno un cuore", approfondendo quello che dal punto di vista dei media mainstream spesso è solo un confuso flusso di informazioni slegate dalle scelte, dalle basi e dalle motivazioni profonde di quanto raccontato. Porto Marghera, la tua opera (finora) più lunga, è un buon esempio di questa doppia attività. Come è nato il progetto, e quale riscontro ha avuto nel territorio? Il progetto è nato dall'idea di mettere in campo un vero e proprio lavoro di giornalismo a fumetti, in accordo con l'editore BeccoGiallo. Partendo da questa idea abbiamo capito che la storia del Petrolchimico di Porto Marghera, per vari fattori tra cui la vicinanza geografica ed il mio personale interesse sulla questione, sarebbe stato un argomento perfetto per cominciare. Da lì poi è nata l'idea di coinvolgere chi sul territorio si batte da anni per la bonifica ambientale, l'Associazione Gabriele Bortolozzo e l'Assemblea Permanente Contro il Rischio Chimico a Marghera: le ritengo co-autrici del libro assieme a me. Da un lato avevo l'intenzione di fare un libro "non-fiction", godibile esattamente come un documentario televisivo (il mio scopo al tempo era di esprimere a fumetti quanto realizzato da Diacona con il suo bellissimo ciclo di documentari "W l'Italia"); dall'altro intendevo sfruttare la possibilità di diffondere un volume che fosse insieme "didattico" e strumento di azione politica sul territorio, un'occasione per ribadire l'importanza della battaglia ambientale nel veneziano presentando il lavoro di chi la combatte ogni giorno. Per ora ovviamente non ho ancora riscontri sulle vendite e sull'effettiva diffusione del volume, per quelli ci vorrà circa un anno dall'uscita del libro, ma già l'aver potuto durante innumerevoli presentazioni in Veneto ribadire l'importanza del tenere gli occhi aperti sugli sfaceli ambientali di Marghera, spesso davanti a pubblici poco abituati alla lettura di fumetti, è una soddisfazione che sono convinto faccia bene sia ai contenuti del libro, e dunque agli obiettivi delle due associazioni coinvolte, che alla diffusione del fumetto in generale. Oltre ad essere un autore completo, tu scrivi articoli, organizzi mostre. Come riesci a coniugare i vari ruoli? Passione, una enorme dote di passione, è l'unica risposta possibile. Sarà forse per la mia militanza politica nel movimento dei centri sociali che tendo ad assumere l'atteggiamento "militante" in tutto ciò che faccio, fumetto compreso. Sono interessato a diffondere e divulgare il fumetto come linguaggio, a prescindere dai miei libri e dalle mie storie, sono convinto che sia importante per me ma anche per tutti, per la fiducia che ho nel veicolare informazioni attraverso il fumetto. E com'è fare il curatore di testate antologiche come i quattro volumi finora usciti in occasione di Sherwood Comix? Diciamo che è nello stesso tempo entusiasmante e deprimente. Deprimente perché quando si cura un lavoro antologico si ha a che fare con tante persone diverse, il che nel caso specifico diventa un sapersi adattare, da un punto di vista strettamente "tecnico", ai diversi modi che ogni autore ha di spedire i propri file, di salvarli, etc… per arrivare a comporre un risultato omogeneo a partire da mille diversità . Entusiasmante perché, e Resistenze sta lì a dimostrarlo, le mille fatiche tecniche sono state ampiamente rimborsate dal valore dei contenuti. Resistenze ovviamente è un caso limite, dall'alto delle sue 308 tavole per più di 40 autori coinvolti: non ho idea di quanto ho speso (e guadagnato, grazie all'autoricarica ;-) al telefono nei giorni di consegna delle singole storie. Per cui, appunto, il lavoro di organizzazione che sta dietro ai volumi antologici è spesso estenuante, ma il risultato finito probabilmente dà più soddisfazione che quello di un libro fatto "da solo", in cui ci sono molte meno variabili da mettere in conto, in cui la sfida è tra sé e la pagina bianca, e basta. Hai recentemente affermato che i tuoi libri hanno più successo nelle librerie di varia che nelle fumetterie. Cosa pensi della risposta del pubblico a quello che fai? Come dicevo prima in realtà, tranne che per il Veneto, non ho ancora dati certi sulle vendite del mio libro. Però con le presentazioni mi sono fatto quest'idea. Da quando è uscito il libro avrò disegnato centinaia di dediche, e quasi sempre le persone che lo hanno acquistato non erano lettori di fumetti, se non saltuari, e le presentazioni nelle librerie "di varia" sono andate semplicemente molto bene. In fumetteria per ora sono stato una sola volta, e sono rimasto molto sorpreso: anche lì la presentazione è andata molto bene dal punto di vista del venduto, soprattutto per l'abilità dei gestori di coinvolgere la propria clientela, ma ho avuto la sensazione che quelle sarebbero state copie che non avrei mai venduto se non ci fossi stato io lì, a dedicare i libri. Penso che chi ha letto Porto Marghera ne sia uscito soddisfatto, in quanto il volume è concepito in modo che anche il non-lettore di fumetti possa uscirne in circa 45 minuti di lettura sapendone molto più di prima sull'argomento trattato. E questo vale anche per chi non dovesse apprezzare il mio modo di disegnare e costruire la tavola: semplicemente, penso che prima di questo libro non esistesse uno strumento così efficace e poco impegnativo per conoscere la storia del Petrolchimico e delle tematiche ad esso correlate. Forse qualche documentario, ma sono convinto che nella società dell'informazione odierna un libro sia più utile di mille articoli su quotidiani o servizi televisivi o di velocissime news in internet per fissare nella memoria una mappa dei fatti che ci hanno portato alla situazione attuale. Un libro è lento, rimane. In un mondo in cui centinaia di migliaia di informazioni appaiono e scompaiono nel giro di pochi secondi, fermarne alcune a futura memoria rimane per me uno degli scopi più importanti del comunicare. di Massimo Miato 23/9/2007
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