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la Voce d'Italia - nuova edizione anno V n.245 del 9/2/2010 |
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Cultura
Nel romanzo di Valerio Varesi, giornalista di la Repubblica il dramma delle morti bianche e del lavoro nero Il paese di SaimirIl dramma di un ragazzo e la violenza di un mondo in nero“ E se non venissero? Se decidessero che è meglio lasciarmi qui sotto, tanto sarò certamente morto?” Saimir ha 17 anni, è albanese e questi sono i suoi pensieri mentre sopra di lui tonnellate di cemento armato , all'improvviso, mentre lavorava in un cantiere edile, in nero.
La storia raccontata da Valerio Varesi, giornalista della redazione bolognese di la Repubblica, nel suo nuovo romanzo “Il paese di Saimir” ha qualcosa di già sentito: un immigrato irregolare, minorenne che con un gruppo di altri albanesi arriva in Italia, incappa in un capomastro succube di un palazzinaro senza scrupoli, violento e senza pietà ed inizia a lavorare, senza contratto, senza garanzie, senza identità. Già sentito, si diceva: si, perchè secondo la Confesercenti nel suo XI Rapporto Sos Impresa in Italia sono impiagati circa un milione e seicentomila lavoratori di cui la metà sono certamente irregolari e il 42% immigrati. Sotto quelle macerie, Saimir, ancora vivo, si fa tante domande, in un crescendo che va da una pallida speranza di solidarietà fino alla conclusione più amara: nessuno lo verrà a cercare, anzi, qualcuno speculerà sulla sua giovane vita. Nel romanzo di Varesi si ripercorrono molti tipi umani, molte facce viste o intraviste sui giornali e nei titoli di apertura dei Tg, almeno fino a quando il “fenomeno morti bianche” è una notizia: l'immigrato che spera n una vita migliore, il palazzinaro in cerca di manodopera a bassissimo costo, il boss della malavita straniera e poi la paura, i ricatti, le trappole che si aprono sotto i piedi di chi cammina sul terreno della clandestinità. Poi lentamente quel bianco diventa trasparente e di quei lavoratori che muoiono tutti, casualmente, il primo giorno di lavoro non si parla più. Per avere un contratto devi essere morto, magari caduto da un'impalcatura, o mentre scavavi le fondamenta di una casa popolare che certamente è marcia fino alle radici, ma nessuno ti dice che pericolo corri. “Il paese di Samir” è un romanzo duro, in cui, non c'è posto per i buoni sentimenti, dove fino al'ulrimo si spera che un raggio di umanità, un segno positivo illumini il grigio sporco della vicenda, invece no, perchè anche se finzione, la storia è proprio quella: la pietà è finita. Varesi Valerio, Il paese di Saimir, Verdenero, pp. 312, euro 13,00 Federica Giordani 6/4/2009
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