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Esteri
Foto L'attivista italiano detenuto in Israele: 'Ignorati i nostri diritti'

Catturato mentre prestava servizio di aiuto ai pesacatori palestinesi nelle acque di Gaza

L'attivista italiano detenuto in Israele: 'Ignorati i nostri diritti'

Chiusi in una toilette per ore, senza acqua potabile

Milano – L’italiano Vittorio Arrigoni, lo scozzese Andrew Muncie e la statunitense Darlene Wallach, attivisti del Free Gaza Movement, sono stati fermati senza alcuna motivazione dall’esercito israeliano martedì mattina, mentre si trovavano a bordo di pescherecci palestinesi nelle acque di fronte alle coste di Gaza. La presenza di civili stranieri doveva servire a proteggere i pescatori palestinesi dalle frequenti aggressioni da parte dei soldati israeliani.
Alle 20 di ieri sera siamo riusciti a contattare telefonicamente Vittorio Arrigoni, tramite il cellulare che gli ha fatto avere il suo legale.

Dove siete detenuti attualmente? Quali sono le vostre condizioni?

Dopo averci portato nel carcere dell’aeroporto Ben Gurion, ci hanno trasferiti a Ramla. Ci troviamo in un carcere normale, che ha anche un’ala riservata ai detenuti per problemi d’immigrazione. Oggi abbiamo comunicato la nostra decisione di iniziare uno sciopero della fame. Sono subito stato portato in una sorta di cella di punizione, dove ho trovato il mio amico scozzese Andrew. Più che una cella era una toilette, sporca e piena di insetti. Siamo rimasti lì dentro per sei ore, senza la possibilità di avere acqua potabile. Inoltre ci hanno ritirato i cellulari che ci aveva consegnato ieri l’avvocato, impedendoci così di comunicare con l’esterno. E, cosa ancor più grave, ci è stata negata la possibilità di chiamare il nostro avvocato e il console, come invece prevede il diritto internazionale.

Proseguirete lo stesso lo sciopero?

Io alla fine ho deciso di mangiare qualcosa, per riavere il cellulare e poter chiamare immediatamente il console e dare notizia degli ultimi avvenimenti. Ho fatto chiamare anche il consolato scozzese e quello americano, perché quello che abbiamo subito oggi si può tranquillamente configurare come tortura. Si tratta di un regime detentivo contro ogni diritto umano. Darlene e Andrew, che non sento da stamattina, penso stiano proseguendo lo sciopero della fame, e presto lo riprenderò anche io. Solo che questo significa non poter raccontare fuori quello che succede dentro.

Darlene e Andrew quindi non si trovano con te adesso...
No, Darlene non l’ho più vista da quando ci hanno trasferito dal carcere dell’aeroporto di Ben Gurion a Ramla, dove siamo adesso. Andrew l’ho potuto vedere solo dopo due giorni.

Cosa chiedete con il vostro sciopero della fame?
Lo scopo del nostro sciopero è protestare contro quello che è un vero e proprio rapimento, una deportazione. Tra l’altro stiamo attendendo l’esito del ricorso contro l’espulsione, prevista per domenica pomeriggio. Abbiamo attivato i nostri legali anche perché ci vogliono riportare in Italia, ma il mio appartamento attualmente è a Gaza, lì ho il passaporto e i documenti, è lì che stavo lavorando. In Israele mi ci hanno portato loro, dopo avermi rapito.

Ma soprattutto chiedete qualcosa per i pescatori che sono stati fermati con voi e poi rilasciati...
Sì, chiediamo il dissequestro dei tre pescherecci che sono stati rubati dall’esercito israeliano nelle acque palestinesi il giorno del nostro rapimento. I pescatori sono stati rilasciati (il giorno dopo il fermo, ndr), ma purtroppo i pescherecci sono ancora sotto sequestro. Cinquanta pescatori sono quindi adesso disoccupati. Si tratta di più di una decina di famiglie che sono state private della loro unica fonte di sostentamento, dal momento che la loro sopravvivenza si basava sulla pesca. Già prima non avevano vita facile, sapete come funziona davanti a Gaza... noi eravamo lì proprio per quello.

Vuoi far sapere qualcosa anche riguardo ai tuoi compagni di cella?
Sì, insieme a me c’è una decina di rifugiati eritrei, che ci hanno raccontato la loro tragica storia. Sono scappati dal loro paese, dove c’è la guerra; hanno camminato per sette giorni e sette notti e sono entrati in Sudan e poi in Egitto. Una volta arrivati in Israele, nonostante l’Onu abbia riconosciuto il loro status di rifugiati, sono stati rinchiusi in carcere, dove si trovano da sei mesi, un anno. Ma non sono criminali, è gente che scappa dalla guerra. È uno scenario che fa riflettere: Israele non calpesta i diritti umani solo fuori dai suoi confini, ma ignora le leggi internazionali anche all’interno.

Simone Storti

simone.storti@voceditalia.it

The Free Gaza Movement - www.freegaza.org
Guerrilla Radio, il blog di Vittorio Arrigoni - http://guerrillaradio.iobloggo.com/
22/11/2008








Commenti a questo articolo (1)


1.Gatte da pelare
per Israele non ne mancano, figuriamoci se preoccupa tenere a bada gl'imbecilli!
(da commento - 11/22/2008)       Segnala come inadeguato

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